Lo psicologo a distanza

 A partire dal 10 marzo 2020, giorno in cui in Italia ha avuto inizio il lockdown necessario al contenimento della diffusione del COVID-19, si è verificato un profondo stravolgimento non soltanto nella quotidianità delle persone, ma nelle modalità stesse di svolgimento di ogni attività professionale. Smart working, didattica a distanza, mascherine e altri dispositivi di sicurezza sono ormai diventate per tutti noi parole all'ordine del giorno e ci dicono molto su come si sia profondamente trasformato il modo di rapportarci gli uni agli altri. In questo senso nemmeno il modo di fare clinica in ambito psicologico ha potuto esimersi dalla necessità di adeguarsi a tali cambiamenti.
Molti professionisti hanno ritenuto necessario interrompere il proprio lavoro con i pazienti in attesa di una “fine”, forse per non dover mettere in crisi le rigide regole su cui il setting classico sembrava doversi sempre poggiare. Altri, tuttavia, non hanno avuto alcun timore di sperimentare nuovi modi di fare terapia attraverso il web per non interrompere la relazione. Tempo e spazio sono gli elementi che costituiscono il setting in cui il rapporto si circoscrive e consentono una separazione dalla realtà esterna.
Il setting non andrebbe considerato, dunque, come qualcosa di statico ma funzione del rapporto stesso.
Il medium tecnologico, in un momento così critico che sembrava aver creato una frattura incolmabile tra le persone (non per niente si è parlato di distanziamento sociale anziché di solo distanziamento fisico), ha consentito di continuare a svolgere la clinica, perché ciò che caratterizza ogni persona è la propria capacità di mettersi in rapporto con la realtà interna dell'altro. Sono le caratteristiche intrinseche della relazione a rendere “indifferenti” gli interlocutori nei confronti del mezzo tecnologico che diventa oggetto collocato nello sfondo, mentre al centro della scena restano solo le dimensioni affettive delle persone.